05 Nov 2018

Food photography degli spaghetti: una storia nei film

Gli spaghetti sono la forma di pasta forse più rappresentata del cinema italiano e internazionale. Dal punto di vista della fotografia del cinema forse il formato più complicato da far apparire bello e appetitoso.

Per noi, che pur lavorando in Austria, siamo italiani, è impossibile non notarlo, come sempre accade quando un pezzo del tuo mondo viene rappresentato sul grande schermo. E se fai anche parte del settore è impossibile non fermarsi a riflettere sul suo significato e sul modo in cui viene rappresentato.

Non c’è dubbio che siano un piatto difficile da fotografare: lunghi, scomposti, talvolta appiccicosi, non proprio una manna per la food photography cinematografica. A meno che non siano disegnati, come l’enorme e succulento piatto di spaghetti e polpette di Lilli e il Vagabondo.

Oggi siamo abituati a vederli arrotolati in nidi, coperti di prezzemolo meravigliosamente tritato e perfettamente distanziato, contornati da pomodorini ciliegini che più rossi, polposi e statici non si può… Ma diciamolo, prima dell’avvento del food porn non ci pensava nessuno a queste architettoniche fotografie del cibo, e quindi gli spaghetti – difficili – venivano usati nelle sceneggiature per rappresentare altro: fame, voglia di mangiare a quattro palmenti, necessità di mostrare qualcosa di verace e “povero”.

A proposito di fame, niente è paragonabile alla scena del pranzo di Miseria e Nobiltà. Di tutto il pranzo è la zuppiera colma di spaghetti ad avere il posto d’onore per descrivere la gioia dei commensali affamati.

 

 

E come non rammentare il “maccarone provocatore” di Alberto Sordi che dichiara, senza vergogna alcuna: “mi sembri un verme, maccarone”

 

 

Un po’ meno famosa, forse, ma altrettanto iconica è la scena in cui Jack Lemmon, in L’Appartamento, cucina per Shirley MacLaine e scola gli spaghetti su una racchetta da tennis (preannunciando un servizio di polpette).

 

 

Qualche anno più tardi, Coppola rinuncia a mostrare gli spaghetti al pubblico, ma non a parlarne, la descrizione del piatto di Clemenza farebbe venire l’acquolina in bocca a chiunque.

 

 

E per non sfociare negli anni dell’iconografia culinaria, ci fermiamo alla puttanesca di Nino Manfredi in Spaghetti House. Siamo nel 1982 e per ovviare all’effetto verme degli spaghetti, il regista li rappresenta mentre vengono saltati in padella, conditi anche dalla meravigliosa descrizione del cuoco.